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Fra la Sila Greca e la piana di Sibari

ITINERARIO 2

Fra la Sila Greca e la piana di Sibari

L’itinerario nelle terre dei Brettii ci ha portato a conoscere le testimonianze delle civiltà più antiche che hanno abitato l’Arco ionico della Calabria. Ora il nostro viaggio alla scoperta di questo magnifico territorio prosegue lungo il filo rosso della grande storia. Visitando i territori di Corigliano-Rossano, dei comuni di tradizione albanese dell’entroterra e di Cassano allo Ionio incontreremo le vestigia monumentali delle antiche colonie della Magna Grecia, le splendide testimonianze dell’arte bizantina, ma, soprattutto, entreremo in contatto con la realtà quotidiana e le tradizioni più autentiche dei borghi disseminati sul territorio e delle genti che lo abitano

Specifiche tecniche del percorso

5

Località toccate

35

Distanza percorso

11

Punti di interesse
ITINERARIO 2

Descrizione dell'itinerario e tappe

Le tappe

Rossano: la perla bizantina della Calabria

Cominciamo questa nuova avventura nel territorio del GAL Sibaritide dal centro storico di Rossano, una città magica per la sua storia, oltre che per la varietà di tesori che racchiude.

Rossano è detta infatti la perla bizantina della Calabria perché, quando i Bizantini la occuparono a partire dal VI secolo, visse un periodo di grande splendore sociale, artistico e culturale che perdura fino ad oggi attraverso numerose opere.

Sorta inizialmente nel secolo VI a.C. sul mare come porto-arsenale di Thurii (la seconda Sibari), con il nome di Ruskía o Ruskiané, e poi rinata in collina come città-fortezza dei Romani, Rossano divenne, dopo la Guerra Greco-Gotica (535-553 d.C.) e fino all’arrivo dei Normanni (1059), uno dei centri bizantini più importanti d’Italia, riconosciuta come la capitale dei possedimenti dell’Impero di Bisanzio in Italia meridionale, tanto da meritarsi anche l’appellativo di “Ravenna del Sud”.

Divenuta meta prediletta dei monaci basiliani, in fuga dall’Oriente per sfuggire alle cruente persecuzioni della politica iconoclastica degli imperatori di Bisanzio (sec. VIII), Rossano svolse anche un ruolo fondamentale in ambito religioso, dal momento che, durante tutto il Medioevo, rappresentò il cuore della spiritualità greco-cristiana. Alcune delle numerose chiese presenti sul territorio limitrofo alla città costituiscono magnifici esempi di arte che, con il loro stile opulento, lasciano il segno nella memoria del visitatore di oggi come in quello di allora.

Tutt’oggi Rossano è uno dei borghi più antichi e sicuramente tra i più rappresentativi dell’intera area. Camminare e perdersi tra i suoi vicoli labirintici è una continua sorpresa, grazie agli innumerevoli palazzi nobiliari, le piazze, i conventi e le chiese nascoste sopra ogni altura.

La visita non può che cominciare dal cuore religioso e devozionale della città: la Cattedrale di Maria Santissima Achiropita, ovvero non dipinta da mano umana, una delle più importanti testimonianze del culto mariano nel territorio della Sibaritide.

Accanto alla cattedrale, il Palazzo Arcivescovile è sede del Museo Diocesano e del Codex, che conserva una delle opere artistiche più preziose di Rossano, dal 2015 riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Universale dell’Umanità, nella categoria “Memory of the World”. Si tratta del Codex Purpureus Rossanensis, uno degli unici sette codici miniati orientali ancora esistenti al mondo.

Non lontano dalla cattedrale troviamo un altro edificio religioso di notevole interesse artistico. Si tratta dell’oratorio bizantino della Panaghìa, risalente ai secoli X-XI. Il nome in greco significa “la tutta santa”. La sua edificazione è legata al culto e alla venerazione della Madonna e all’ascesi comunitaria dei monaci eremiti e lauriti. Conserva la struttura architettonico-artistica originaria, molto bella e suggestiva, gli affreschi frammentati di San Basilio di Cesarea e l’enigmatica figura di San Giovanni Crisostomo.

Al confine sud del centro abitato, nella zona chiamata “Graecìa”, è ubicato invece il piccolo Oratorio di San Marco, risalente al X secolo, considerato uno dei massimi capolavori di architettura religiosa bizantina in Calabria.

Il visitatore, fino a qui, potrebbe pensare che Rossano possa regalare solo arte e monumenti religiosi, ma le sue bellezze includono tutta la campagna circostante. L’olivo è il protagonista assoluto fra le dolci ondulazioni che digradano verso la costa e la sua presenza millenaria esprime un intero universo culturale che ha disegnato il volto del paesaggio, condizionandone l’economia e la tradizione enogastronomica. In questa campagna, punteggiata di antiche strutture rurali, è protagonista la Dolce di Rossano, una straordinaria cultivar arrivata fin qui dall’antica Grecia. Da questa varietà pregiata nasce la DOP Brutio Colline Ioniche Presilane, dal profumo fruttato che rivela sorprendenti note di erbe balsamiche e mandorla dolce. L’olio assume poi un’altra valenza fondamentale in quanto, fin dai tempi remoti, è stato utilizzato per conservare il cibo. Oggi le aziende artigiane propongono ancora un’ampia scelta di sottolio, gli invitanti vasetti in vetro che conservano funghi, cicorietto, olive, peperoncini, pomodori, melanzane, cipolle selvatiche, carciofino selvatico e la celebre sardella (PAT).

Fra Rossano e Corigliano: natura, arte e delizie del palato…

L’ampio territorio di quello che oggi è il comune di Corigliano-Rossano ha sicuramente un volto bucolico e “domestico” rivolto verso la costa e le soleggiate spiagge mediterranee, ma ne possiede anche uno più selvaggio e solitario, dove a dominare è l’ambiente montano. Per scoprirlo lasciamo il centro storico della perla bizantina della Calabria per dirigerci verso l’interno, inoltrandoci fra i rilievi della Sila Greca lungo la SP188. Ben presto ci ritroviamo immersi nel folto di un rigoglioso bosco il cui cuore è rappresentato dalla Riserva naturale dei Giganti di Cozzo del Pesco. Estesa su un’area di circa 8 ettari, la riserva è dominata da magnifici castagni pluricentenari, diversi dei quali assumono dimensioni colossali.

È proprio nel folto di questi boschi che i monaci provenienti dall’oriente trovarono il luogo ideale per dedicarsi alla loro vita di meditazione e preghiera. Qui, infatti, in località Ronconiate, sorge una delle perle più splendenti dell’architettura e arte sacra bizantine in Calabria. Si tratta del monastero di Santa Maria Nuova Odigìtria, o del Patìr, fondato nell’XI secolo. Il monastero prese il nome dall’icona portata da San Bartolomeo da Simeri direttamente da Costantinopoli. Per secoli fu un importante centro culturale e di preghiera, grazie al suo scriptroium e alla biblioteca, fra i più importanti e famosi dell’Italia meridionale, a cui si deve il salvataggio di gran parte della memoria storica collettiva della civiltà greco-latina. Fra le opere più mirabili del complesso spiccano i pavimenti a mosaico che rappresentano motivi geometrici e animali mitologici.

Dopo la visita al Patìr il nostro itinerario fa ritorno verso la costa. Ben presto i boschi lasciano di nuovo spazio alle campagne coltivate e l’azzurro del mare ci chiama verso il litorale: impossibile resistere al richiamo!

Quando la nostra strada si innesta nella SS106 prendiamo di nuovo la direzione di Rossano. Questa volta però la meta non è il centro storico, ma il vicino Lido Sant’Angelo, dove ci accoglie una delle più belle spiagge della Costa degli Achei: una lunga lingua di sabbia dorata, incastonata tra la costa e la macchia mediterranea, sopra la quale svetta la sagoma della Torre Stellata (o Castello Sant’Angelo), fortificazione militare del XVI secolo, eretta a sorveglianza delle invasioni saracene e tuttora in un perfetto stato di conservazione.

Proprio qui, sulla riva del mare, ritroviamo la testimonianza di uno dei doni più preziosi che la natura ha offerto a questo territorio. Il comune di Corigliano-Rossano è infatti la capitale italiana della produzione della liquirizia e l’abitato di Rossano Scalo ospita il curioso e affascinante Museo della Liquirizia, nato per raccontare le proprietà di questa preziosa radice, la storia della famiglia dei produttori Amarelli e scoprire l’intero ciclo della lavorazione, ancora oggi condotta rispettando le regole della tradizione.

Corigliano: il maestoso Castello Ducale, le chiese e il Ponte canale

Facendo ritorno sulla SS106 ci dirigiamo ora verso Corigliano, città anch’essa ricca di storia e tradizioni.

A dominare il nucleo storico del paese è la grande architettura del Castello Ducale, con le sue possenti torri, sorto come fortezza militare nell’XI secolo. L’edificio fu sottoposto nel corso del tempo ad una serie di trasformazioni: i principi Sanseverino, i duchi Saluzzo e i baroni Compagna, ne mutarono e ampliarono la struttura originaria per renderla inespugnabile agli assedi nemici e adattarla, successivamente, a residenza signorile. Nel corso del ‘900 il castello è stato acquisito dall’amministrazione comunale, sottoposto a imponenti lavori di restauro e oggi è uno spazio per esposizioni ed eventi, e un’area museale che consente di sperimentare un vero e proprio viaggio nel passato, facendo visita alle antiche prigioni, alla cucina ottocentesca, alla Santabarbara, alle sale nobiliari e poi alla Torre Mastio, nucleo originario del maniero, che si sviluppa su cinque livelli, quattro dei quali collegati da una mirabile scala in ghisa e interamente affrescati.

Fra gli edifici religiosi degna di nota è la Chiesa di Sant’Antonio, con l’annesso convento francescano, eretta nella prima metà del XV secolo e poi rimaneggiata nel 1740. Colpiscono l’attenzione la grande cupola, rivestita con maioliche gialle e azzurre, e le sei cupole di dimensioni minori: tre per lato. L’ingresso è dotato di una magnifica porta in bronzo, realizzata dallo scultore Carmine Cianci nel 1982. L’interno, a croce latina a navata unica con sei cappelle laterali, è riccamente decorato in stile barocco. Nella sacrestia vecchia si conserva il Mausoleo di Barnaba Abenante del 1522.

Il principale edificio di culto di Corigliano è la chiesa di S. Maria Maggiore, il cui impianto originario risale al X secolo. Fu nuovamente riedificata per volere del conte Ruggero Sangineto nel 1329 e rimaneggiata nuovamente nel 1744, quando assunse l’attuale aspetto. Presenta una facciata barocca finemente decorata, così come l’interno realizzato a navata unica con cappelle laterali. All’interno, custodisce: una tela del ‘700 attribuita al pittore Cesare Fracanzano; un ciclo pittorico, sempre del ‘700, del pittore Pietro Costantini da Serra San Bruno; un organo del 1757; un coro ligneo, sempre del ‘700, realizzato da Agostino Fusco da Morano Calabro.

Una visita al paese non sarebbe completa però senza una passeggiata sul Ponte Canale. Situato nella parte bassa del centro storico ed eretto nel 1480 con la funzione originaria di acquedotto, il manufatto, che si sviluppa su un sistema ad arcate a tre livelli, è divenuto nel tempo uno degli elementi caratteristici dello skyline cittadino ed è oggi in parte percorribile come via pedonale.

San Giorgio Albanese: sentinella d’oltremare

Usciti da Corigliano percorriamo ancora per un tratto la SS106 che procede parallela alla costa fino all’incrocio con la SP186, che punta dritta verso l’entroterra. Il viaggio lungo la provinciale ci riporta ben presto nell’ambiente naturale tipico della Sila Greca e ci conduce verso alcuni dei comuni dell’area del GAL Sibaritide dove più vive si mantengono le tradizioni delle popolazioni dell’etnia arbëreshë, giunta sulle coste calabresi dall’altra sponda dello Ionio e stanziatasi qui fra il XV e il XVIII secolo, in seguito alla morte dell’eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, concomitante alla progressiva conquista dell’Albania da parte dei turchi-ottomani. La cultura di questa comunità, fortemente diffusa nella Sila Greca, è determinata da elementi caratterizzanti, che si rilevano nella lingua, nei riti religiosi, nei costumi, nelle tradizioni, negli usi, nell’arte e nella gastronomia, ancora oggi gelosamente e orgogliosamente conservati.

Sono piccoli paesi di montagna quelli che andiamo a visitare, dove non bisogna certo aspettarsi di trovare grandi monumenti storici o architetture spettacolari. Ciò che è da ricercare qui è l’autenticità e la peculiarità di un’identità popolare che contribuisce ad arricchire la straordinaria ricchezza e varietà della cultura italiana.

Il primo fra i borghi arbëreshë che incontriamo sul nostro cammino è quello di San Giorgio Albanese, che sorge su un’altura panoramica posta a metà strada fra i monti della Sila e il litorale ionico, quasi fosse una sentinella con i piedi ben piantati sulla terra di Calabria che da secoli l’ha accolta, ma con lo sguardo sempre rivolto all’antica patria d’oltremare.

L’abitato di San Giorgio (Mbuzat in lingua arbëreshë, dal nome del condottiero che, secondo la tradizione, ne fu il fondatore) ben rappresenta, anche nella sua struttura urbanistica, il forte senso di identità di queste comunità, con le case disposte attorno al piazzale centrale (detto shesi), luogo di incontro e socializzazione su a cui si articola la gjitonia (letteralmente “vicinato”) un’interazione sociale fatta si spazi e momenti dedicati all’incontro, alla condivisione e alla convivialità.

La liturgia religiosa bizantina è uno dei fondamentali elementi dell’identità locale che trova il suo fulcro nella chiesa di San Giorgio Megalomartire, edificio risalente al XVIII secolo e originariamente realizzato in stile barocco con una grande torre campanaria posta sul lato sinistro e due cappelle laterali con cupola in stile bizantino. L’interno, suddiviso in tre navate, è stato rimaneggiato secondo i dettami del rito greco-bizantino dopo la creazione dell’Eparchia di Lungro. Si presenta ricco di iconografie bizantine raffiguranti eventi della vita di Gesù, della Madonna e dei Santi. Nella navata centrale sono presenti tre grandi lampadari di fattura greca, di questi, il polieleos (il più grande), circondato da un grande cerchio chiamato choròs che riporta le effigi dei santi, è posto sotto l’immagine del Cristo Pantocrator.

Poco fuori dal centro del pese ha sede il Centro Studi per le Minoranze Etniche, dedicato alla promozione il patrimonio culturale arbëreshë. L’edificio che accoglie il Centro Studi colpisce per la sua originalità architettonica: progettato da Marcello Guido, rappresenta uno dei maggiori esempi in Italia dello stile decostruzionistico, caratterizzato dalla totale rottura con gli schemi della tradizione e da linee e volumi sempre in bilico tra caos ed espressività, tra tensioni e contrasti.

Vaccarizzo: segni e costumi della cultura arbëreshë

Lasciato l’abitato di San Giorgio ci inoltriamo verso sud fra le belle colline presilane, seguendo la SP186 sino all’incrocio con la SP181 che si imbocca sulla destra seguendo le indicazioni per Vaccarizzo (Vakarici in arbëreshë).

Un tragitto tanto tortuoso, quanto piacevole e panoramico, ci conduce in prossimità del piccolo borgo. Le prime case che si incontrano sono quelle del nucleo più moderno, sorto dopo la Seconda guerra mondiale. Anche qui la tradizionale struttura urbanistica è stata rispettata: ai lati della rettilinea strada principale si aprono infatti i caratteristici slarghi e le piazzette attorno a cui ruota la vita quotidiana degli abitanti.

Il centro storico vero e proprio è un dedalo di vicoli sviluppatosi in forma circolare attorno alla chiesa madre dedicata a Santa Maria di Costantinopoli. L’edificio, risalente al XVII secolo, presenta una pianta a croce greca e al suo interno custodisce l’altare a forma quadrata sormontato da un ciborio coperto da una cupola, il tabernacolo e la Fonte Battesimale, realizzati in legno da maestri artigiani Valdostani nel 1950, mentre nel catino dell’abside si trova il grande affresco della Madonna di Costantinopoli, patrona del paese. Recentemente, anche il soffitto a cassettoni è stato restaurato nonché abbellito da un’icona del Cristo Pantokrator realizzata dal maestro Josif Droboniku.

Aggirandosi fra le vie spiccano i palazzi storici appartenenti alle famiglie più abbienti del paese, che presentano gli elementi caratteristici dell’architettura arbëreshë, con pianta quadrangolare e accesso attraverso il portale in pietra che conduce all’attico a cielo aperto, poi le tipiche finestrelle ovali dell’ultimo piano. Attorno ai palazzi si trovano le cosiddette “terrana”: le semplici abitazioni con scala esterna che un tempo ospitavano le famiglie alle dipendenze dei vari signorotti. All’esterno di queste costruzioni si trovano ancora oggi le panche di pietra e i forni attorno ai quali le donne lavoravano alle faccende di casa, aiutandosi a vicenda e condividendo tradizioni ed esperienze, nello spirito di solidarietà che univa (e unisce ancora oggi) i membri di una stessa gjitonia.

Uno degli elementi identitari della cultura arbëreshë è rappresentato sicuramente dal costume tradizionale. Particolarmente ricco ed elaborato è quello femminile, che oggi a Vaccarizzo, come negli altri centri dell’arberia, è indossato solo da alcune fra le persone più anziane, ma che in passato faceva parte della dote che ogni fanciulla riceveva all’atto delle nozze, con un vero e proprio rito di vestizione, e che poi avrebbe indossato in tutte le ricorrenze più importanti della sua vita.

Alla conservazione di questa importante tradizione il comune di Vaccarizzo ha dedicato il Museo del Costume e degli Ori Arbëreshë allestito nel Palazzo Cumano, uno dei più antichi del paese. Il Museo ospita un’esposizione permanente degli splendidi costumi di gala, di mezza gala e giornalieri, di numerose comunità arbëreshë. Oltre al costume di Vaccarizzo si possono ammirare quello di Frascineto, Farneta, San Demetrio Corone, Piana degli Albanesi, Santa Sofia d’Epiro e Spezzano Albanese.

San Cosmo Albanese: sulle tracce di monaci e poeti

Dall’abitato di Vaccarizzo un breve tratto di strada lungo la SP183 ci porta a San Cosmo Albanese (Strigàri, in lingua arbëreshë).

Il borgo ha origini molto antiche, visto che il primo agglomerato si sviluppò nel XI secolo attorno all’monastero eretto dai monaci basiliani in fuga dalle persecuzioni iconoclaste. Questi stessi luoghi divennero poi una casa ospitale per le popolazioni di etnia albanese esuli dalla loro patria dopo la morte di Giorgio Castriota Scanderbeg nel 1468. Come in tante altre zone dell’entroterra calabrese, l’operosità degli arbëreshë contribuì a trasformare le terre un tempo incolte e quasi disabitate nello splendido giardino naturale che oggi possiamo ammirare, nel quale la campagna coltivata dall’uomo si fonde armoniosamente con le bellezze della natura incontaminata.

Fulcro della piccola comunità locale è il Santuario dedicato a San Cosma e Damiano, eretto proprio nel luogo dove un tempo sorgeva l’antico monastero basiliano. Il santuario rappresenta un vero e proprio gioiello dell’arte e della tradizione legate alla cultura arbëreshë. All’interno conserva notevoli affreschi bizantini del pittore cretese Niko Gianakakis e mosaici della bottega d’arte Mellini di Firenze che simboleggiano gli aspetti più significativi dell’intervento divino nel mondo e della liturgia greco-bizantina, ispirati alla tradizione orientale. Le celebrazioni presiedute dal Vescovo dell’Eparchia di Lungro che si svolgono nella chiesa in occasione della festa patronale, il 27 settembre di ogni anno, sono un’occasione di ritrovo per le divere comunità arbëreshë di tutta la regione e un’opportunità per tutti di ammirare i costumi e conoscere le tradizioni locali.

San Cosmo però è noto anche come “il borgo della poesia”, perché qui si trova la casa natale di Giuseppe Serembe, che visse nella seconda metà dell’Ottocento un’esistenza avventurosa e travagliata e fu un importante esponente della moderna letteratura albanese, autore di poemi, poesie e traduzioni dei salmi di Davide.

San Demetrio Corone: scrigno di tradizioni

oliveti, gelsi e castagni, per dirigerci verso la prossima tappa del nostro viaggio. Siamo nel territorio comunale di San Demetrio Corone uno dei più vitali centri della cultura arbëreshë.

A Shën Mitri, come è chiamato il borgo nella lingua locale, le usanze e il folclore si sono conservati intatti e vitali e i riti della liturgia religiosa greco-bizantina segnano ancora oggi i momenti più importanti della vita sociale degli abitanti.

Una delle tradizioni più sentite è quella della Panaghia, connessa alla celebrazione della commemorazione dei morti che avviene nel sabato precedente la domenica di Carnevale. In questa occasione i sacerdoti (papàdes) visitano le famiglie per impartire la benedizione alla mensa imbandita con vino, pane e grano bollito, sopra cui arde una candela, simbolo della resurrezione dei corpi e dell’immortalità dell’anima.

Sempre ai riti del Carnevale è legata la sarabanda dei diavoli (djelzit) che, il mercoledì della Ceneri, si aggirano fra le vie del paese, vestiti di pelle di capra.

Altra sentitissima tradizione è quella del “rubare l’acqua” connessa ai riti della Settimana Santa, quando, nella notte fra sabato e domenica, i gruppi delle varie gjitonie del borgo escono dal paese senza proferire parola alcuna, per recarsi ad attingere l’acqua alla fontana dei monaci presso il collegio di Sant Adriano, edificato tra l’XI ed il XII secolo sul luogo in cui sorgeva il monastero basiliano fondato nel 955 da San Nilo da Rossano. Fra i giovani dei vari gruppi si fa a gara al fine di indurre gli altri a rompere la regola del silenzio. Le donne più anziane portano con sé lunghi bastoni dall’estremità biforcuta, che non esitano ad utilizzare per punzecchiare e scoraggiare i “tentatori”. Sol dopo aver attinto alla fonte il silenzio si rompe con lo scambio degli auguri e l’inizio dei canti e delle danze che accompagnano la processione fino al sagrato della chiesa. Qui si procede all’accensione del grande falò (qeradonulla), inneggiando il canto greco Kristos Anesti, ovvero “Cristo è risorto”.

Anche la festa del patrono ha le sue usanze folcloristiche, alle quali nessun abitante del borgo è disposto a rinunciare. La tradizione vuole che, alla vigilia della festa del santo, dal portone principale della chiesa di San Demetrio Megalomartire esca il “cavallo di S. Demetrio” (kali i Shèn Mitrit), una sorta di fantoccio in cartapesta che, sorretto da due persone, gira fra le case portando messaggi benauguranti e ricevendo in cambio doni e denaro.

A ribadire una volta di più il legame con le proprie radici culturali, dal 1980 San Demetrio Corone ospita ogni anno il Festival della Canzone Arbereshe, nato per volontà del Collegio Italo-Albanese di Sant’Adriano, un importante organismo religioso e culturale che si dedica conservazione del rito orientale, delle tradizioni e del patrimonio identitario.

In paese si trova inoltre il Museo Etnografico di San Nilo, dedicato alla ricostruzione dei tradizionali ambienti familiari del mondo contadino, coprendo un periodo che va dai primi insediamenti dei monaci basiliani fino al Novecento.

Santa Sofia d’Epiro: cultura da vivere

Lasciato san Demetrio ci inoltriamo ancora più in profondità fra le alture della Sila Greca per raggiungere l’ultima stazione del nostro percorso fra i borghi arbëreshë. Seguendo da prima la SP177 e poi la SP238 raggiungiamo l’abitato di Santa Sofia d’Epiro, nucleo nato da tre diversi insediamenti dei profughi albanesi nel XV secolo.

Un primo gruppo si insediò nei pressi della preesistente chiesa dedicata a Santa Sofia Martire, che ancora oggi rivela elementi che richiamano alla sua origine bizantina. Un secondo gruppo si accampò sul fianco orientale, dove a ricordo poi fu edificata la chiesa di Santa Venere. Un terzo gruppo si stabilì sul livello superiore del promontorio.

Il nucleo del paese odierno si articola attorno alla chiesa di Sant’Atanasio il Grande, eretta nella piazza principale del borgo nel 1742 secondo i dettami dello stile neoclassico. Attualmente l’interno si presenta magnificamente adattato al rito greco-bizantino, anche se resta ben visibile la precedente struttura di rito latino. È stata decorata negli anni Ottanta del secolo scorso con dipinti di chiara rievocazione bizantina dal pittore cretese Nikos Jannakakis.

Da non perdere la visita Museo del territorio e del costume Arbereshe, ospitato in uno dei palazzi del centro che si affaccia su Largo Trapeza. Il museo custodisce una ricca esposizione di costumi tradizionali, tutti rigorosamente originali. L’esposizione è suddivisa nei quattro ambienti in cui sono esposti gli abiti: il vestito giornaliero, della mezza festa o di gala, della festa o della sposa, del lutto e un raro vestito di mezzo lutto.

Per i più curiosi, consigliamo anche un passaggio alla Biblioteca civica del paese, contenente numerose testimonianze relative alle minoranze linguistiche della Calabria.

Una delle occasioni migliori per visitare Santa Sofia è la tradizionale Primavera Italo-Albanese, che si teine tradizionalmente nel mese di maggio e raduna in paese i rappresentanti delle vicine comunità, all’insegna della fratellanza e della condivisione. In quest’occasione fra le vie dell’abitato sfilano in giovani in costume tradizionale, coinvolgendo tutti i presenti in nell’atmosfera di festa con canti e balli.

L’antica Sybaris e Cassano: la città delle acque

La nostra visita ai paesi di cultura arbëreshë è stata un vero e proprio viaggio nello spazio e nel tempo, ma la strada ci riserva sorprese e scoperte che ci porteranno ancora più lontano…

Seguendo la SP177 in direzione della costa ionica, un poco alla volta ci lasciamo alle spalle le montagne. I ripidi pendii della Sila Greca e anche le dolci colline dell’entroterra di Corigliano e Rossano presto divengono un lontano ricordo. Ora l’orizzonte tutto attorno diviene una tabula rasa: siamo ormai nel centro della piana di Sibari, nel territorio comunale di Cassano all’Ionio.

I campi coltivati e le risaie si susseguono a perdita d’occhio e nulla farebbe pensare che queste campagne siano il teatro che ha visto sorgere e poi tramontare una delle più prospere e potenti città dell’Italia preromana.

Proprio qui, a breve distanza dalla foce del fiume Crati, i coloni achei provenienti dal Peloponneso fondarono infatti sul finire dell’VIII secolo a.C. la polis di Sybaris il cui potere crebbe progressivamente, fino a dominare gran parte del territorio dell’Arco ionico, esercitando il proprio controllo su ben venticinque altre colonie greche. Ben presto, però, Sybaris si trovò a rivaleggiare con Crotone, l’altra “superpotenza” della Magna Grecia, il cui esercito nel 510 a.C., sconfisse quello sibarita nella battaglia di Nika, per poi conquistare e distruggere la città. Successivamente la colonia venne ricostruita con il nome di Thurii e continuò a vivere anche in epoca romana. Il progressivo impaludamento del territorio e le travagliate vicende dei secoli successivi alla caduta dell’Impero portarono all’abbandono definitivo dell’area e alla creazione di nuovi insediamenti nel più sicuro entroterra, che dettero vita all’attuale centro abitato di Cassano.

I monumentali ruderi dell’antica Sybaris si sono però conservati fino ai giorni nostri, costituendo uno dei più interessanti parchi archeologici della Calabria, presso il quale sorge l’imperdibile Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide. Nelle sale del museo si possono trovare moltissime testimonianze della civiltà greca e dei successivi insediamenti romani: frammenti architettonici di grande valore, corredi tombali, gli ornamenti religiosi del santuario di Atena e l’importante tabella in bronzo con dedica di un cittadino sibarita vincitore di una gara delle antiche Olimpiadi.

L’acqua è l’elemento che da sempre segna la storia e le caratteristiche del territorio di Cassano. Dalle acque dello Ionio arrivarono, infatti, gli antichi fondatori di Sibari e, oggi, lo stesso splendido mare e le sue spiagge costituiscono una delle attrattive turistiche più ricercate.

Ma il comprensorio è conosciuto fin dall’antichità anche per le qualità curative delle sue fonti calde oligominerali, probabilmente già sfruttate dagli stessi sibariti e dei romani. Di questa antichissima tradizione termale sono eredi le moderne Terme Sibarite, che sorgono proprio ai confini dell’abitato di Cassano, immerse in una suggestiva area verde, nei pressi dei ruderi di un antico monastero bizantino e della Torre di Milone, fiera e preziosa fortezza medioevale.

Proprio le terme possono essere il punto di partenza per una vista alle bellezze del centro storico, a partire dalla Pietra del Castello, l’altura rocciosa che domina la città e sulla quale sorge la Torre dell’Orologio, uno dei simboli di Cassano, famosa per i “cintu ‘ntinni”, ovvero i cento rintocchi che risuonano ogni dieci minuti prima dell’ora di mezzanotte, alle otto del mattino e a mezzogiorno. Un altro simbolo molto amato di Cassano è la cattedrale della Natività della Vergine, edificio antico, anche se nei secoli è stato più volte rimaneggiato e riedificato, in particolare dopo il disastroso terremoto del 1706. La chiesa sorse sul sito della precedente chiesa della Madonna del Lauro, a sua volta edificata in prossimità di un albero di alloro che segnava il punto di preghiera per i primi cristiani del luogo. La Vergine del Lauro, effigie di origine bizantina, si trova ancora nella chiesa ed è oggetto di una sentita devozione popolare da parte degli abitanti della comunità.

Accanto alla cattedrale il Palazzo Vescovile ospita il Museo Diocesano, esposizione ricca di interessanti elementi di interesse, fra i quali spicca la collezione dei grandi dipinti di artisti meridionali come Nicola Malinconico e Felice Vitaleo.

Aggirandosi fra i vicoli del centro storico il visitatore accorto non mancherà di notare le tante fontane e fontanelle che confermano una volta di più la nomea di Cassano come “città delle acque”. La Fontana dei Tre Leoni, nella piazza antistante la cattedrale, e quella di acqua sulfurea nel parco comunale di via Amendola, sono sicuramente le più conosciute e importanti sotto l’aspetto artistico, ma ogni angolo di Cassano ha la sua piccola o grande fontana, testimone di storie e di vita quotidiana del paese.

Sempre all’acqua si deve l’origine di un’altra delle meraviglie del territorio: la zona infatti è ricca di cavità carsiche, come Grotta della Vucc’Ucciardo, che si sviluppa all’interno della Pietra del Castello ed è stata valorizzata per le visite turistiche e come splendido e suggestivo scenario per ospitare concerti e spettacoli teatrali.

Con la visita a Cassano il nostro itinerario fra la Sila Greca e la Piana di Sibari è giunto ormai al termine. Lasciando però la città lungo la strada che si dirige a nord, con le montagne del Pollino che si profilano all’orizzonte, un’ultima sosta nel territorio cassanese è d’obbligo lungo la strada, per visitare il monumentale santuario di Santa Maria della Catena, un’abbazia tra le più popolari mete di pellegrinaggio di questa zona della Calabria.

Il profondo valore devozionale del luogo e lo straordinario contesto naturale in cui si inserisce annunciano già le prossime tappe del viaggio che ci porterà alla scoperta delle tracce di fede e dei paradisi di natura nei paesi dell’area più settentrionale del GAL Sibaritide.

Tutti i punti di interesse

Rossano: la perla bizantina della Calabria

Cattedrale di Maria Santissima Achiropita

L’edificio sorge nel punto dove si trovava un antico oratorio eremitico del VI secolo. Qui, secondo la tradizione, il monaco Efrem vide miracolosamente comparire su una colonna un’effige della Madonna col Bambino. L’immagine achiropita, ovvero non dipinta da mano umana, divenne da subito veneratissima e attorno ad essa, sorse una prima cattedrale fra l’VIII e il IX, secolo, e poi quella attuale, nel corso del secolo XII. L’immagine achiropita è oggi custodita in una pregiata nicchia marmorea del XVIII secolo e rappresenta la Vergine (Madre di Dio: Theotókos o Méter Teù) che regge sul braccio sinistro il Messia Bambino.

Info e contatti:

Arcidiocesi di Rossano Cariatiwww.rossanocariati.it

Pro loco Corigliano-Rossano – www.prolococoriglianorossano.it

L’oratorio di San Marco

Originariamente dedicato a Sant’Anastasia, nacque come oratorio bizantino per l’ascesi comunitaria dei monaci che vivevano nelle sottostanti grotte eremitiche e lauritiche. Esso conserva alcuni motivi architettonici tipici bizantini: la forma quadrangolare a croce greca, la cupola centrale con quattro volte intorno, la facciata orientale adornata da tre absidi che guardano ad Oriente. Il restauro dell’edificio ha portato alla luce due fosse: una destinata alla sepoltura comune dei cadaveri, l’altra probabilmente utilizzata come una sorta di passaggio segreto, possibile via di fuga, per arrivare direttamente alla Cattedrale di Rossano, dedicata a S. Maria della Pace (Eiréne). Sottostante la Chiesa sorge l’altro oratorio, di S. Maria del Pilerio, anticamente Sant’Angelo di Tropea, anch’esso destinato all’ascesi comunitaria, la cui data di fondazione sembra essere anteriore all’anno Mille e che conserva solo un’abside semicilindrica, con volta a calotta ricoperta di tegole a testimonianza delle originarie caratteristiche bizantine.

Info e contatti:

Arcidiocesi di Rossano Cariatiwww.rossanocariati.it

Pro loco Corigliano-Rossano – www.prolococoriglianorossano.it

Il Museo Diocesano e del Codex

La recente riorganizzazione del Museo, ospitato nei locali del Palazzo Vescovile di Rossano, grazie all’utilizzo delle moderne tecnologie multimediali, consente di apprezzare a pieno la bellezza del Codex e di comprendere il valore e la storia di quest’opera, oltre che dei tanti altri preziosi reperti delle sue collezioni. Il Codex Purpureus Rossanensis è un evangeliario greco miniato, per molti versi un “unicum” nel mondo. È prezioso per la sua antichità e per il materiale scrittorio usato, la pergamena purpurea di colore rosso (da cui deriva il nome), usata nel mondo bizantino per i documenti più preziosi. La questione della sua provenienza è ancora piuttosto incerta. Composto probabilmente in Siria, tra il V e il VI-sec. d.C., si ritiene che arrivò in Calabria per mano dei monaci melchiti nel VII secolo. Conservato per secoli nella Chiesa di Rossano, fu riscoperto nel 1831 da Scipione Camporota, canonico della Cattedrale, autore dell’attuale disposizione e della numerazione ai fogli. Il testo fu segnalato per la prima volta nel 1846 dal giornalista Cesare Malpica. Nel 1879 fu studiato scientificamente e pubblicato da Adolf Harnach e da Oscar von Gebhardt nel 1880 a Lipsia, con il titolo “Evangeliorum Codex Graecus Purpureus Rossanensis”, che battezzò ufficialmente il prezioso manoscritto. Esso conserva 188 fogli dei 400 originari, contenenti 15 miniature sulla vita di Cristo, con il testo greco dei vangeli di Matteo e Marco (parzialmente completo), scritto con caratteri onciali in oro e argento, mentre gli altri due vangeli di Giovanni e Luca sono andati perduti.

Info e contatti:

Museo Diocesano del Codex – www.museocodexrossano.it

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Fra Rossano e Corigliano: natura, arte e delizie del palato

I Giganti di Cozzo del Pesco

Sulle montagne sopra Rossano, intorno a quota 1000, si estende per circa 8 ettari l’Oasi del WWF di Cozzo del Pesco. L’intera area è dominata da magnifici castagni, alcuni dei quali (per l’esattezza 103) assumono dimensioni colossali: diversi esemplari raggiungono gli otto metri di circonferenza e un’età di oltre 700 anni. La particolarità di questo castagneto risiede nel fatto che numerosi esemplari monumentali sono talmente vicini tra loro da doversi spartire la luce. Di norma, infatti, nei castagneti più antichi gli esemplari molto grandi tendono a isolarsi, mentre in quest’area, su una superficie di pochi ettari, si rinvengono centinaia di alberi giganteschi, uno a fianco all’altro, che rendono la passeggiata nel bosco un’esperienza più unica che rara.

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Il Monastero di Santa Maria del Patìr

Immerso nelle montagne rossanesi, a 600 metri di altitudine, sorge il Monastero di Santa Maria Nuova Odigìtria o del Patìr (anche chiamato del Patire o del Patirion) il cui nome deriva dal greco “patèr”, in segno di devozione al suo padre fondatore San Bartolomeo da Simeri. Si tratta di un cenobio greco-bizantino cosiddetto “basiliano”, risalente al XI-XII secolo, costruito grazie alle donazioni dei principi Normanni. La chiesa è una fusione degli stili architettonici bizantino, arabo e normanno e presenta tre absidi rivolte ad oriente. Molto belli i pavimenti a mosaico, in gran parte ancora visibili, che riproducono animali e motivi geometrici policromi, i colonnati e il tetto in legno.

Info e contatti:

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Il Museo della Liquirizia

Nato per raccontare le proprietà della liquirizia e la storia della famiglia Amarelli, il Museo della Liquirizia è uno degli esempi più illustri tra i musei industriali italiani. Ospitato nei locali dell’antico concio di famiglia, il museo è il tangibile segno del binomio tra nobiltà e laboriosità, tra produzione artigianale e tecnologia, tra artigianato e cultura. La liquirizia è sempre stata per la Calabria una fonte di ricchezza. Oggi l’80% della produzione di liquirizia in Italia si concentra nel comune di Corigliano-Rossano. Il Museo offre uno spaccato della società settecentesca tramite una sezione documentaria sulla storia della famiglia e dell’azienda. È possibile anche seguire il ciclo produttivo dalla radice alla liquirizia. L’uso di questa pianta erbacea perenne affonda le sue origini in tempi antichissimi. I primi a codificarne le proprietà furono i cinesi, che già 2500 anni fa ne descrissero i benefici effetti, ma solo nel XV secolo fu introdotta dai frati domenicani in Europa.

Info e contatti:

Museo della liquirizia Giorgio Amarelli – www.museodellaliquirizia.it

Corigliano: il maestoso Castello Ducale, le chiese e il Ponte canale

Il Castello Ducale di Corigliano

Considerato come una delle fortezza meglio conservate di tutta l’Italia meridionale e tutelato dal 1927 come monumento nazionale, il Castello Ducale di Corigliano sorge nel XI secolo come fortezza Normanna con la funzione di controllo della sottostante piana di Sibari. Nel XV secolo, quando il dominio del territorio passa nelle mani degli aragonesi, Ferdinando I dà il via a un radicale lavoro di ampiamento della fortezza, destinata ad ospitare la guarnigione locale, inglobando il vecchio mastio normanno nell’imponente struttura alla quale si aggiungono tre nuove torri. Sono poi i nobili Sanseverino e poi Saluzzo ad entrare in possesso della struttura, con nuovi lavori di restauro e ampliamento. Sono proprio questi ultimi, a partire dal 700 a fare del castello la loro residenza nei periodi estivi e autunnali, rimaneggiando ulteriormente la struttura per renderla più confortevole. L’assedio e il saccheggio da parte delle truppe francesi nel 1806 segna l’abbandono del castello da parte dei Saluzzo che alienano i loro beni in favore dei nobili Campagna di Longobucco. Sono loro, nel corso dell’800, a dare nuovo splendore al maniero, arricchendo le stanza con opere d’arte e affreschi.

Il trasferimento della famiglia a Napoli segna il declino del castello, fino all’acquisizione da parte dell’amministrazione comunale e al restauro che, nel corso degli anni 80 del 900, lo ha restituito alla cittadinanza e ai visitatori del territorio, con il recupero degli elementi di interesse storico e artistico, la creazione di interessanti spazi museali e di aree dedicate a eventi e convegni.

Info e contatti:

Castello di Corigliano Calabrowww.castellodicoriglianocalabro.com

Vaccarizzo: segni e costumi della cultura arbëreshë

Il matrimonio arbëreshë

Celebrato con il massimo della solennità, il matrimonio è un momento importante per l’unione della comunità arbëreshë, e ha sempre rappresentato un punto forza e difesa, perché fa da veicolo per tramandare i principi, la mentalità e più in generale la cultura arbëreshë alle nuove generazioni. Costumi e melodie tradizionali scandiscono e colorano il rito. I canti non mancheranno mai durante tutta la cerimonia e nei preparativi – importanti tanto quanto il rito vero e proprio – come la vestizione della sposa, con il costume tipico e la keza, un copricapo di velluto o seta ricamata che le copre le trecce annodate dietro la nuca ed è distintivo dello stato coniugale. La fanciulla viene poi accompagnata dai canti delle donne, interrotti solo dagli spari di fucile che annunziano lo sposo e l’ingresso dei due fidanzati in chiesa. La festa continua in casa e durante tutta la notte, sempre con il sottofondo di canti vjershë augurali.

San Demetrio Corone: scrigno di tradizioni

La Chiesa di Sant’Adriano

La Chiesa di Sant’Adriano è considerata uno degli edifici cristiani più rilevanti della Calabria. Fu edificata tra l’XI ed il XII secolo sul luogo in cui sorgeva il monastero basiliano fatto erigere nel 955 da San Nilo da Rossano ed intitolato ai Santi Adriano e Natalia: distrutto in seguito dai saraceni. Ai tempi di San Nilo, l’importanza del complesso monastico fu tale da essere ritenuto il centro spirituale e culturale della Calabria. Nel 1088 il complesso fu donato dal normanno Ruggero Borsa alla Badia di Cava de’ Tirreni. La struttura e le decorazioni pittoriche sono in stile romanico, mentre elementi bizantini si trovano nelle ornamentazioni pittoriche. All’interno, custodisce: un’acquasantiera ricavata da un capitello bizantino, posta all’inizio della navata centrale; una conca ed un coperchio, probabili resti di una fontana normanna del XII secolo; due rare colonne lignee del XIII secolo, poste in fondo alle navate; due paliotti, di Domenico Costa del 1731 e di Maurizio Ofrias del 1750. Nella sacrestia è custodito un reliquiario in argento di Sant’Adriano del XVI secolo.

Info e contatti:

Comune di San Demetrio Corone – www.comune.sandemetriocorone.cs.it

L’antica Sybaris e Cassano, la città delle acque

Il Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide

Il Museo si trova tra il Parco archeologico dell’antica Sybaris greca e l’attuale Sibari, frazione di Cassano allo Ionio. Inaugurato nel 1996, è composto da cinque unità in cui sono esposti i reperti archeologici più significativi provenienti dal territorio della Sibaritide nonché dagli scavi delle tre città sovrapposte di Sibari (colonia magno-greca, distrutta da Crotone: 720-510 a.C.), Thurii, la seconda Sibari (rifondata da coloni ateniesi inviati da Pericle: 444-193 a.C.) e Copia Thurii, la terza Sibari (fondata dai Romani: 193 a.C.-597 d.C.). I reperti coprono dunque un lungo periodo, che va dal 720 a.C. al VI secolo d.C.

Info e contatti:

Museo Archeologico Nazionale della Sibaritidewww.parcosibari.it

Le Terme Sibarite

Le odierne Terme Sibarite di Cassano allo Ionio nascono dalla straordinaria risorsa rappresentata dalle acque sulfuree che affiorano sul territorio e dall’antica tradizione termale, probabilmente già coltivata dagli abitanti dell’antica Sybaris. In epoca moderna il primo stabilimento termale sorse nel 1817, ma alterne vicende portarono al suo abbandono. Nel 1952 la struttura venne acquistata dalla Società per Azioni Terme Sibarite che, alla fine degli anni ’80, provvide a un importante lavoro di ristrutturazione. Oggi lo stabilimento si presenta come un unico corpo che comprende tre livelli destinati all’albergo e tre destinati alla stazione termale vera e propria.

Info e contatti:

Terme Sibarite – www.termesibarite.it

Comune di Cassano allo Ionio – www.comune.cassanoalloionio.cs.it

Il Santuario di Santa Maria della Catena

Il grandioso santuario abbazia di Maria Santissima della Catena a Cassano allo Ionio è una delle più popolari mete di pellegrinaggio di questa zona della Calabria Citeriore. Sorto probabilmente nel sedicesimo secolo sulle rovine di una struttura preesistente che ospitava monaci basiliani rifugiati dopo le persecuzioni in Oriente, è noto soprattutto per la presenza dell’immagine Odighitria (cioè con la Madonna indicante il Bambino che tiene in mano una pergamena arrotolata) della Madonna della Catena, dietro l’altare maggiore. Notevoli, all’interno, le tre navate barocche e soprattutto l’affresco della Fuga in Egitto.

Info e contatti:

Diocesi di Cassano allo Ionio – www.diocesicassanoalloionio.it

Comune di Cassano allo Ionio – www.comune.cassanoalloionio.cs.it

Gli altri itinerari

Nelle terre dei Brettii

Tracce di fede e paradisi di natura

Sulle orme di Federico II